È l'anno in cui Anna Maria Mozzoni decide di inviare al Parlamento una Petizione per favorire la discussione tra i deputati relativa alla concessione del diritto di voto politico alle donne, petizione che verrà presa in considerazione solo a partire dal febbraio del 1907.
L'inammissibilità del voto alle donne risale al Codice Pisanelli del 1865, redatto per panificare tutte le leggi del Regno d'Italia dopo l'unificazione. Fino a quel momento, infatti, nelle regioni di Veneto, Toscana e Lombardia vigeva il Codice austriaco che ammetteva la donna alle urne per le elezioni amministrative. Durante la redazione del nuovo Codice, con la premura di specificare l'impossibilità per la donna di recarsi alle urne per le elezioni amministrative, non si è però chiarito nulla sul voto politico. Nello Statuto del Regno, infatti, non c'è una disposizione, un emendamento o una regola che sancisce l'esclusione della donna dalla schiera degli elettori per quanto riguarda le elezioni politiche.
L'esclusione, quindi, allo stato dei fatti, è una mera consuetudine. Ed è così che si genera un paradosso, cui Anna Maria Mozzoni vuole porre rimedio con la Petizione che, in effetti, genera un'accesa discussione. Dai dibattiti parlamentari scaturisce una vera e propria volontà da parte di alcuni deputati di non limitare più la donna per quanto riguarda l'esercizio di cittadinanza attiva del quale godono gli uomini. Il deputato di estrema sinistra Roberto Mirabelli sarà il primo a cogliere il paradosso del Codice Civile e ad affermare:
"Dobbiamo domandarci con spirito superiore a di ogni misoneismo politico e sociale, qual è la legge che determina, come vuole lo Statuto, l'eccezione della donna per l'elettorato politico? Non c'è. E se non c'è una legge che determina tale eccezione, come c'è per l'elettorato amministrativo vi d'incanto che alla donna non dovrebbe essere interdetto, col dispositivo di una interpretazione arbitraria, il godimento dell'elettorato politico".
La petizione di Anna Maria Mozzoni ha così tutta l'attenzione del Parlamento, senza contare l'appoggio di Giolitti, presidente del Consiglio dei ministri, che promuove uno studio approfondito sulla situazione femminile e manda il documento al ministero dell'Interno. Si costituisce una Commissione ministeriale nell'ottobre del 1907 per analizzare la petizione e per capire se sia utile concedere il voto alle donne e a quali categorie. Uno studio approfondisce la realtà del Paese e le situazioni sociali della popolazione femminile, basandosi sulla scolarizzazione della donna e sulla diffusione di cultura nei vari strati sociali e sul livello di occupazione femminile in ogni campo, per riuscire a dare un coerente profilo statistico.
Il problema di fondo che la Commissione si trova davanti è lo stesso problema che riguarda la popolazione maschile del Regno: è impossibile generare un sunto programmatico della condizione di alfabetizzazione delle donne in un territorio non ancora omogeneo dove permangono diseguaglianze tra Nord e Sud ma anche all'interno delle stesse Regioni, tra città e città.
La Commissione, quindi, chiude i lavori con la decisione di non concedere il voto alle donne, né in campo amministrativo né in quello politico. La decisione si basa sulla ferma convinzione che in una situazione italiana dove permangono legami clientelari e arretratezza culturale, mancano le basi per dare una stima corretta della condizione della popolazione femminile. L'estensione del suffragio alle donne non avrebbe alcun effetto positivo. Secondo il parere della Commissione, in una situazione di questo tipo, il voto della donna risulta una mera riproduzione del voto maschile.
Questi voti nella classe operaia porterebbero al raddoppiamento dei voti di estrema sinistra, profilandosi così un eccessivo numero di socialisti che potrebbero far avanzare una deriva anarchica, mentre nella classe borghese porterebbe a un aumento esponenziale del conservatorismo insito nei voti dettati dal clero.
Se è vero che il discorso relativo al suffragio femminile viene bocciato e ogni allargamento della base elettorale viene quindi accantonato, è altrettanto vero che la petizione di Anna Maria Mozzoni ha gettato le basi per una più completa considerazione del ruolo femminile all'interno del paese.









